An elven tale

febbraio 17, 2011

La mia voce

Una sola breve riflessione, per mettervi a parte di quello a cui sono arrivata negli ultimi giorni. Stavo facendo vari tentativi di scrittura: racconti, post per il blog, post per lo Starbooks…tutte pagine non terminate. Soddisfazione zero.  Continuavo a chiedermi perché, poi, all’improvviso, l’illuminazione. Qualcosa mancava, in effetti, ed era la mia voce. Il desiderio di scrivere qualcosa di corretto, qualcosa di “scorrevole”, che va sottoposto a giudizio e perciò deve essere impeccabile rischiava di soffocare quella parte che rende unico ogni scritto e cioè la scintilla attraverso cui un autore si riconosce e che può essere un tono particolare, l’uso di determinate strutture nella frase. Insomma, una personalizzazione.

Ho poi iniziato, così, per prova, una storia che avevo in mente già da un po’, cercando il più possibile di renderla una mia narrazione. Ho scritto solo una pagina e mezzo, perché era tardi, ma la sapete una cosa? Mi sembra che funzioni.

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ottobre 7, 2010

Ok, il Fiiiquo ce l’ho. E ora dove lo metto? (Ovvero: L’Ambientazione.)

Filed under: On writing — Ale @ 12:38 pm
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Torno oggi su un argomento che, per chi conosce la mia “carriera di scribacchina” almeno un po’, è sempre stato spinoso. Credo di aver litigato più e più volte su questo tema.
Cos’è che fa perdere la pazienza all’Elfo? – vi domanderete a questo punto, spaventati.
(Ehm, beh…facciamo curiosi).
E’ presto detto: tante volte ascoltando una serie di “consigli editoriali” da parte di persone più esperte di me mi è stato detto che l’ambientazione deve essere per forza un luogo che l’autore conosce benissimo. I giri e i rigiri di parole sono stati tanti che mi è stato fatto capire che se io ambiento il mio romanzo nell’inventata cittadina di Little Rock un editore medio me lo boccia alla prima pagina.
Grrr.
Sì, questa cosa mi irrita. Tanto per cominciare, mi sembra un’avversione rivolta solo ed esclusivamente all’anglofonia, ovvero: Castle Rock non va bene, Helsinki sì. Questo perché ti dicono che hai voluto ambientare la storia in America perché fa più fiiiiiquo.
Effettivamente, sì: William a New York mi suona meglio di Guglielmo a Busto Arsizio. E c’è un motivo semplice: siamo imbevuti di cultura anglofona. Ora, il fulcro della questione sta nel voler demonizzare questa cosa o no. Io sto per il no.
Prima di tutto stiamo parlando di romanzo fantastico e laddove i protagonisti quando va bene si combattono a colpi di Fulmini di Pegasus non trovo niente di avvilente se i nomi delle vie non sono esatti. Secondariamente, niente di mi impedisce di fare ricerca e tentare di dare verosimiglianza alla mia cittadina. Terzo: ma perché Little Rock deve essere cestinato e Lakshtrak nel continente di Oasia no? L’ambiente di fantasia resta di fantasia, mi pare.
Volete opporvi dicendo che non è originale? D’accordo, avete ragione. Ma d’altronde sono o non sono i grandi editori che ci propinano storie mediocri ambientate in cittadine in cui “è sempre nuvoloso” così, tanto per? (Sì, il riferimento astioso a TUAILAIT è voluto. Ora la smetto, giuro.)

Un’altra obiezione che mi è stata opposta è: l’editore pensa che tu abbia ambientato il tuo romanzo a Little Rock solo per pigrizia.

Mi viene da piangere: perché gli editori pensano così male di noi? Per la mia debole esperienza, calare i propri personaggi in un luogo conosciuto è abbastanza semplice; metterli in un posto totalmente da inventare è più dura, soprattutto perché devi lavorare sul contesto in maniera molto più profonda e differente. Se il tuo eroe è Jack e non Giacomo devi fare in modo che sia Jack in tutto e per tutto e cioè che a pranzo non mangi le lasagne…
Se questa per voi è pigrizia. Io, al massimo, la chiamo poca cautela. Non dubito che alla maggior parte di noi escano delle emerite scemenze, ma diamine, vogliamo continuare a fare di tutta l’erba un fascio?
Se, inoltre, tutti dovessimo seguire la regola dello “scrivi ciò che hai visto”, onestamente, non so che fine farebbe il fantastico o il genere d’avventura.
Poi c’è quello bravo, che riesce a conferire un’aura mitica anche a Busto Arsizio.

Mi inchino e mi tolgo il cappello, sperando di arrivarci, un giorno.
Mentre sgranocchio una barretta ai cereali di una nota marca di dolciumi dal nome tedesco, ci penso.

PS: sto leggendo il primo libro di una serie appena pubblicata da Rizzoli che ha al centro una Confraternita di Vampiri Fiiiqui. Ne parlerò più diffusamente. Non so ancora se è un libro aerodinamico. Di sicuro, l’ormone della scrittrice, J.R.Ward, deve essere alto tre metri e avere il dolce nome di Krull.

settembre 4, 2010

Libri aerodinamici 3. Ovvero:Vampiri, atto terzo. Ciò di cui abbiamo veramente le tasche piene.

Mentre continuo a cercare qualche trovata per proseguire la mia storia, mi capita di riflettere su quelle scritte da altri e che a me risultano quasi impossibili da apprezzare.
Sono in confusione. Stavolta, invece di scrivere una vera e propria recensione negativa, prendo appunti mentali su quali siano gli elementi che mi fanno venire voglia di ampliare la lista dei “libri aerodinamici” ed ecco, per ora, cosa sta uscendo:

La storia d’amore.
Se c’è ben venga. Anche Bram Stoker aveva capito che il connotato romantico del vampiro era un eccellente punto di forza. MA (e notate che ho scritto il “ma” maiuscolo) il problema sorge quando l’amore non è che un’istanza superficiale che l’autore/autrice utilizza “perché s’ha dda fà”. Questo è il caso di “Twilight” e dei suoi cloni. Ho appena abbandonato la lettura di un libro del genere: si intitola “La sedicesima notte”, l’autrice è Margaret Gaiottina. Immagino che il testo sia nato come fan fiction perchè l’impronta di Bella & Edward è scontatissima. La fascetta dice che la storia on line ha avuto più di 60000 lettori e io dico: alla faccia.
Non è scritto male (a parte i cinquecentomila aggettivi e qualche errore che un buon editor avrebbe potuto evitare, più una marea di refusi su cui per una buona storia passerei sopra), ma ciò che è per me insostenibile – e lo è stato anche per Twilight, quindi l’omaggio è riuscito alla stragrande – è in primis la protagonista femminile.
Che si chiami Bella, o Liz, o Vattelapesca queste eroine rappresentano uno dei famosi cliché (il Brutto anatroccolo) usato però nel modo più bieco in assoluto. Il riscatto non avviene attraverso qualche loro capacità o caratteristica, ma attraverso il Fiiiiiiquo. Questo Bellone , non si sa bene come né perchè (capezzoli al gusto di birra, suggerirebbe Dean Winchester!), ne è attratto alla follia. Tutto qui.
Tutto si risolve in questo rapporto perfetto: lui è bono come il pane, intelligente perchè ha fatto il liceo quelle 100, 150 volte, simpatico quanto basta (non tanto, di solito, ma la fighezza supplisce), ricco e – attenzione – dice in giro di essere pericoloso, quindi ha l’aria da bad boy anche se in realtà non torcerebbe un baffo ad un micino. BASTA. E’ finita lì. Il lettore sa già dall’inizio che, checché il Fiiiiquo possa blaterare, non farà mai del male alla sua Bella (di nome ma non di fatto). Sappiamo che il Fiiiquo accopperà i cattivi e che sarà disposto persino ad andare contro le regole del suo clan/famiglia/parrocchia pur di conservare il rapporto con la ragazza. La quale non fa nient’altro che sbavazzare. Peggio di me con il sopracitato Dean Winchester, appunto.
Nel libro della Gaiottina, in particolare, almeno fino a pagina 101 dove sono arrivata, la nostra eroina – Liz – è quasi una comica involontaria. Sembra Will E. Coyote che non fa che architettare piani per catturare il Be-Beeep. In questo caso lei non fa che pensare a come indurre il Fiiiiiquo Ethan Rochester a buttare nel cesso con una musichetta deliziosa tutti i suoi convincimenti da uomo da altri tempi e quindi fare sesso con lei prima del matrimonio. Va anche detto che il matrimonio in questione attende i piccioncini dopo soli venti giorni, ma il Fiiiiquo è troppo Fiiiiquo. E chi ce la fa ad aspettare?
Questo ci porta ad un altro spinoso argomento: sesso tra vampiri ed umani. In “Twilight” se ne parla poco, ne “La sedicesima notte” fin troppo…quello che viene da dire a me è che è necrofilia camuffata! A parte gli scherzi, i romances non sarebbero tali senza due o tre scene hard ben piazzate. E almeno nei “paranormal romances” i vulcani sotto il letto che ci aspettano in qualsiasi libro Harmony hanno come motivazione i poteri sovrannaturali del lui di turno e ci evitano di farci sentire delle povere fallite se durante i veri rapporti con il nostro fidanzato (quando c’è) non sentiamo i cori angelici. Lo possiamo giustificare col fatto che “non è un vampiro nè un mannaro” e va bene così. Però tutta questa attenzione alle scene di letto, se non è presa con ironia come nei romanzi della Hamilton, stanca eccome (a dire il vero stancano un po’ anche nei libri della Hamilton). E poi i detrattori cominciano a parlare di sfoghi di ragazzine ormonose…
E ora parliamo del Fiiiquo, la Creatura della Notte, i Morto che non deve chiedere mai. Ciò che si tende a dimenticare, appunto, è che è morto. Defunto. Caput.
Le ultime mode ci hanno infarcito di vampiri vegetariani, che si trattengono in tutti i modi possibili, svaligiano gli ospedali (e l’AVIS ringrazia) e in questo modo dimostrano che possono tranquillamente integrarsi nella società ed essere dei buoni mariti. Di più: sono mariti Fiiiiiqui. Ma allora mi spiegate dov’è il senso? Dove trovate il pathos?
La figura del Vampiro, per quanto possa essere bello, affascinante e non del tutto cattivo, non può prescindere dall’essere all’esterno della società, per il semplice motivo che, gira che ti rigira, sempre morto resta. E’ per questo che la storia d’amore diventa di plastica: laddove i piccioncini sono diversi solo perchè lui fa una dieta un po’ particolare, devo ancora capire cosa ci sia di avvincente. Se penso a Spike di Joss Whedon, mi viene il rimpianto. Perchè lui era sì un belloccio che si innamorava della ragazza sbagliata e cercava di cambiare per lei, ma – appunto – cercava. Non ha mai tradito la propria natura, nemmeno quando ha riconquistato l’anima, nemmeno quando si è messo a saccheggiare l’AVIS per dimostrare a Buffy di non essere un mostro.
Ma mostro lo è rimasto e ,in ogni caso, a salvarlo aveva un quintale di humor che in questi romances è definitivamente sepolto.
Altra pecca: gli avvenimenti. Poichè tutto ruota in funzione della love story, il resto del plot è – per fare un complimento – di un piattume allucinante. Possibile che non ci siano libri sui vampiri in cui si fa anche altro oltre a lanciarsi occhiate languide, sfiorarsi il collo e domandarsi “mi ama? Ma quanto mia ama? E io lo amo? Ma quanto lo amo?”. Insomma, amore sì, ma non solo quello per favore.
Torniamo a Buffy: la vita sentimentale della protagonista era in primo piano, ma – hei – senza esagerare. Ecco dov’è il bello: nell’equilibrio. E questo può esserci anche in un romance. Insomma, guardiamo “Romeo e Giulietta”. Non si può dire che l’amore non sia in primo piano. Totale, a prima vista, imprescindibile. Ma ne succedono di tutti i colori, accidenti!

Per oggi mi fermo qui. Avrei ancora parecchio da dire, ma magari lo riserverò al prossimo articolo. Quanto al libro della Gaiottina ha dalla sua il fatto di essere scritto quanto meno in maniera decente, perciò può darsi che decida di andare avanti (magari da pagina 103 la storia decolla…uhm, ci credo poco ma chissà). E intanto continuo a riflettere e scribacchiare.

giugno 2, 2010

Caro EAP

Filed under: On writing — Ale @ 10:45 am
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Anche se la giornata per l’informazione sull’Editoria a Pagamento è passata, trovo che non se ne parli mai abbastanza, perciò pubblico anche qui il mini-articolo che ho scritto per Liblog:

Caro Editore a Pagamento,

chi ti scrive è una ragazza che, come la maggioranza degli italiani, ha un manoscritto nel cassetto ed il sogno di vederlo un giorno pubblicato. Dopo questa mia affermazione, ti immagino nell’atto di sfregarti le mani, ma ti invito a non farlo: mi sono informata su di te.

Per esempio so che, se ti inviassi il frutto delle mie fatiche, tu non ti prenderesti la briga di leggere nemmeno l’inizio. Non lo valuteresti affatto. Riceverei però una mail dai toni entusiastici in cui il mio testo verrebbe lodato ai quattro venti come opera di sicuro interesse per i posteri. E non importerebbe se si trattasse di una storia senza capo né coda, zeppa di errori sia di lessico che di grammatica. Per te rappresenterebbe solo un modo per attirarmi, tanto è vero che nella lettera non faresti alcun cenno specifico a quanto ho scritto.

Già questo, per me, rappresenterebbe un valido argomento per non fidarmi di te.

Ma c’è dell’altro: se accettassi di incontrarti, o di telefonarti, cercheresti di riempirmi la testa con motivazioni del tipo: “in Italia si legge poco, non si vende, anche i grandi hanno iniziato così, credimi che tu contribuisca alle spese è l’unico modo per iniziare”. Se posso accettare per vere le prime due affermazioni, le ultime due non mi vanno proprio giù. Basta con questi nomi illustri utilizzati come specchietti per le allodole: erano altri tempi. Ed inoltre so per certo che quella di autofinanziarsi la pubblicazione NON E’ L’UNICA VIA. Ci sono centinaia di piccole case editrici in Italia che, pur non navigando nell’oro, tentano di investire negli autori che pubblicano. Certo, questo implica una rigida selezione.

Adesso mi dirai che pubblicare è un mio diritto. Falso. Scrivere, è un mio diritto. Stampare, se voglio, è un mio diritto. Ed è questo quello che tu fai: stampi. Perciò non infrangi la legge, sei solo MOLTO PIU’ COSTOSO di qualsiasi stamperia. Ma per favore, non prendermi in giro promettendomi mari e monti, quando entrambi sappiamo che il mio testo da te stampato non arriverà mai in libreria. E, soprattutto, non venire a dirmi che il tuo è un metodo democratico. Laddove un editore “regolare” premia la meritocrazia, tu premi il denaro. Sei proprio lo specchio dell’Italia di oggi, un Italia che in gran parte delle occasioni non mi piace.

So che contavi sulla mia vanità, so che a volte il desiderio di vedere il proprio nome su un libro stampato annebbia la mia capacità di giudizio, perché è ovvio che io tengo molto a ciò che ho scritto, dopo tutto il tempo e la fatica spesi! Mi spiace di deluderti, ma io continuerò ad aspettare e ignorerò qualsiasi richiesta di pagamento tu possa farmi. Se nessuno pensa che io sia abbastanza brava da investire su ciò che scrivo, forse faccio bene a tenermi il mio lavoretto d’ufficio. Chissà, prima o poi anch’io avrò la mia occasione, perché credo in me stessa e penso di poter raccontare storie senza dover pagare te. In alternativa resta sempre internet e il mio piccolo blog: qui le mie parole possono avere eco senza le tue bugie.

In poche parole, caro editore a pagamento, comincerei a pensare di modificare il tuo comportamento. Perché? Perché non siamo tutti uguali, noi aspiranti, e perché bene o male l’affermazione secondo cui tu sei l’unica via per arrivare alla pubblicazione verrà sbugiardata. Come? Grazie alla libera informazione che spero proprio si diffonda sempre più, grazie anche ad una semplice lettera come la mia.

Distinti saluti, a (NON) risentirci.

Alessandra

maggio 31, 2010

Manifesto contro l’Editoria a Pagamento

Filed under: On writing — Ale @ 6:25 am
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OBIETTIVO DELLA MANIFESTAZIONE: non è abbattere gli editori a pagamento, ma informare quante più persone possibili, perché la chiave del successo è una sola, e si chiama informazione.

Editoria a pagamento: cos’è? È quella cosa per cui tu, aspirante scrittore a caccia di una casa editrice, devi sborsare soldi per vedere pubblicata la tua opera.
In altri termini significa che tu, impiegato presso una qualsiasi azienda, devi pagare il tuo capo 1200€ al mese. Perché? Perché sì, naturalmente, perché il mercato è in crisi e non pretenderai che l’azienda si sobbarchi rischi simili? Già ti permettono di lavorare e di avere un posto quando la crisi finirà, quindi zitto e firma l’assegno.

Questa è la prima giornata nazionale contro l’editoria a pagamento, caro scrittore, e siamo qui non tanto per protestare quanto per informare tutti gli autori che, come te, sono alla ricerca di un editore che pagare per pubblicare non è l’unico modo.
E non è nemmeno la regola.

Pubblicare non è un diritto. Non è un diritto inalienabile dell’uomo, si può vivere benissimo anche senza pubblicare un libro. Detto questo, pensa un attimo a una cosa. Prova a immaginare di avere solo la terza media e di volere, a tutti i costi, diventare architetto.
Cosa fai? Vai in uno studio e pretendi di essere assunto? No. Non lo faresti mai, nemmeno ti passa per la testa: non hai le competenze per farlo e un tuo errore causerebbe la morte di molte persone.
Allora perché intestardirsi sul voler pubblicare a tutti i costi? Diventeresti architetto corrompendo, pagando chi ti assume e sapendo che potresti ammazzare qualcuno?
Pubblicare senza averne le competenze equivale a voler fare l’architetto con la licenza media.
Se pagare l’esaminatore per farti passare l’esame della patente senza studiare è corruzione, pagare per pubblicare è perfettamente legale ma a conti fatti cambia qualcosa?
La maggioranza degli editori a pagamento pubblica qualunque cosa. A questo proposito guardati questo video: http://www.youtube.com/watch?v=A2TXLPqg6M0&feature=player_embedded

Pubblicare non è un servizio. L’editore che sceglie di pubblicare un manoscritto non lo fa per carità divina, per fare un favore all’autore o perché l’autore gli è simpatico: lo fa perché crede che da quel libro potrà ricavarci qualcosa in termini economici.
L’editore è un imprenditore: scommette i propri soldi in ciò che ritiene redditizio; esattamente come fa chi acquista le azioni in borsa, esattamente come chi apre un’attività.
Pubblicare un libro è un lavoro. Un lavoro che va retribuito, perché su quel lavoro l’azienda ci guadagnerà. La tua azienda guadagna anche grazie al tuo lavoro; l’editore guadagna grazie al tuo libro.
Sarebbe come pensare a un ristorante senza pietanze: se chi gli fornisce gli alimenti non viene pagato il ristoratore rimarrà presto senza nulla da dare ai suoi clienti. Il ristoratore non chiede al suo fornitore di pagarlo per fornirgli la merce, è l’esatto opposto.
Ci pensi a un venditore all’ingrosso che viene apostrofato con “o mi paghi o io la tua merce non la prendo”?

Pubblicare senza essere conosciuti non è impossibile. Così come non è impossibile pubblicare gratis. Gli editori che pubblicano esordienti senza chiedere un centesimo ce ne sono a centinaia (e qui ne potete trovare più di 120: http://writersdream.org/case-editrici/lista-free ).
E se nessun editore non a pagamento ti pubblica ti si aprono due vie: rinunciare e pensare che probabilmente nel testo c’è qualcosa che non va o scegliere l’autopubblicazione tramite un POD (Print On Demand) come Lulu o Boopen o Ilmiolibro, avendo cura di dare la disponibilità del download gratuito assieme all’acquisto del testo cartaceo.
Se stai pensando che in questo modo, senza un editore a pagamento alle spalle, non avrai editing, correzione bozze, copertina e promozione sbagli: l’unica cosa che ti mancherà sarà la copertina.

(Testo a cura della redazione del forum Writer’s Dream).

aprile 20, 2010

….Seconda Stesura. E una nuova idea all’orizzonte.

Al lavoro!

Fino a poco tempo fa avevo letto il termine “seconda stesura” solo nei blog degli Scrittoroni Affermati, tipo lo zio Stephen o il mio grande mito (AT-TENTI! INCHINO! BACETTO!) Neil Gaiman.  Solo ora (no, non mi vergogno) ho capito che questo è un processo che DEVE essere eseguito. Non si può mandare un testo alla cieca. No, neanche se tutti ti dicono che è bello (e non è il mio caso! 😀 ).

Per quanto mi riguarda, “Il Fantasma del Campanile” ha avuto una critica comune: i lettori vogliono approfondimenti sui personaggi. Ho individuato il modo per “accontentarli” senza  snaturare l’essenza di quello che vorrei fosse il racconto, credo. Ho scritto qualche appunto. Mi accingo a una nuova stesura, perchè non credo sia consigliabile aggiungere qua e là a  caso 😀 (lo so, siete stupiti dalla mia saggezza).
Il motivo percui intendo accontentare i miei critici non è mero servilismo, nè scodinzolamento davanti ai “giudici”, bensì il fatto che ho riletto il malloppo. Effettivamente, manca qualcosa e quel qualcosa è stato individuato da occhi esterni. Per fortuna, prima che facessi partire lo shuttle.
A proposito di shuttle, mentre scrivevo gli appunti ho avuto la folgorazione per un nuovo progetto molto più ambizioso. Non posso ancora dire di avere in testa l’idea, ma diciamo che qualcosa sta nascendo: lo sento dentro. Quindi sono MOLTO FELICE! 🙂

aprile 13, 2010

Delle critiche negative, ovvero: “E se ho scritto una schifezza?” ovvero “Mi espongo al pubblico ludibrio, ma almeno sono onesta!” :D )

Filed under: On writing — Ale @ 5:28 pm
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Deprrrr....

Tutti ci fanno i conti, su questo siamo d’accordo. Perciò parlo per me. Faccio leggere il Romanzuccio a uno sparuto gruppo di amici. Il mio timore è che siano “troppo buoni”, in fondo un po’ mi conoscono, e immagino che il meglio sarebbe affidarsi a dei perfetti sconosciuti…E MENO MALE CHE AVEVO PAURA! Diciamo chenon ho riscosso il successo sperato. Anzi, siamo di fronte ad una raffica di critiche negative (ma, ci tengo a dirlo, costruttive). C’è chi mi dice che la storia è troppo esile e quindi i personaggi non vengono fuori, c’è chi mi dice che i personaggi sono troppi…la più gentile è mia mamma che non ha capito il finale (però la mamma non conta, accidenti!).

Insomma, lo dico a tutti: mi sa che ho scritto una mezza schifezza (e metto il mezza perchè invece lo stile è stato giudicato abbastanza buono quindi non deve essere un’immondizia totale).

Dopo aver mangiato mezzo barattolo di Nutella , eccomi qui per dire che NO, non voglio consolazioni e nemmeno “ma no dai, non intendevo che facesse proprio schifo!!!” da parte di nessuno. Voglio ringraziare. Primo: come ho detto, tutte le critiche hanno avuto un fondamento, quindi dove c’è costruttività c’è anche la possibilità di migliorare. Secondo: l’interesse suscitato dai personaggi mi fa ben sperare. Io avevo cercato di “togliere”, mi hanno addirittura consigliato di aggiungere…insomma, avrò da lavorare per cercare un equilibrio e allo stesso tempo soddisfare alcune curiosità forse effettivamente inespresse. Terzo: Stephen King scrive dalle 3 alle 5 stesure di ogni suo libro. Devo forse lamentarmi di qualcosa (a parte del fatto che il Re è PAGATO per farlo 😛 )?

Conclusione: la critica negativa non deve abbattere. O meglio: può lasciarvi per qualche ora un po’ depressi, come il cagnolino qui sopra, dopodichè deve diventare stimolo per migliorare il testo. Per migliorarsi continuamente.

Io proverò. Poi, può darsi che il mio Romanzuccio resti una ciofeca: lo stabiliranno – probabilmente – gli editori a cui lo manderò, lanciandolo nel cestino con un tiro degno di Michael Jordan. Però potrebbe anche darsi di no, nel qual caso potreste vedere un simpatico volumetto affacciarsi su qualche scaffale…

PS: Il titolo è “IL FANTASMA DEL CAMPANILE – Una Fiaba di Spettri e di Lumache”. 😉

aprile 7, 2010

From Hell. (Il Fantasy, il Dark e quel che sta in mezzo)

Filed under: On writing — Ale @ 9:14 am
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Sono prontissima ad accogliere le vostre accuse di suprema ignoranza, questo sia chiaro da subito. Però vorrei condividere con voi un pensiero che da qualche giorno mi sta pungolando, ovvero: possibile che nella mia esperienza di lettrice il Fantasy considerato “serio” abbia solo due sbocchi? Il primo è il “Durlindana Style” che deve tutto a Tolkien, con corredo di Elfi e Nani alla carica. Il secondo, quello “Urban”, riesce a virare solo ed esclusivamente su tematiche dark. Vampiri, Licantropi e Demoni. Demoni, Licantropi, Vampiri. Questo amazza quello, quell’altro risorge dai morti e zombieggia a destra e a manca…
E’ tutto un uccidere, smembrare, risorgere, divorare…
Adesso, sembra che stiamo per essere invasi dagli Angeli. Bene. Ma scommettiamo che saranno Angeli Dark? Scommettiamo che ci saranno amori illeciti tra ragazzine umane (probabilmente imbranate) ed Angeli Caduti che vanno riportati sulla retta via?

ZzzzzZzzzzz…

Mi chiedo: c’è qualcosa che va oltre tutto questo? Si riesce a trovare qualcosa di fantasy senza raccontare un Bosco o l’Inferno?
Consigli per qualche sana lettura?

aprile 1, 2010

Una zattera per affrontare l’Oceano.

Filed under: On writing — Ale @ 9:49 pm
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Prima o poi doveva succedere.
Ieri sera, 31 Marzo A.D. 2010, poco prima che scoccassero le ore 23, ho messo la parola FINE a quello che può definirsi il mio primo “vero” romanzo. Un romanzuccio, in realtà: non arriva ad ottanta pagine (ma non ho ancora provato una degna impaginazione, quindi potrebbe essere qualcosa di più), ma è finora il tentativo letterario più “serio” che io abbia compiuto.
Intendiamoci, scrivo da quando avevo cinque anni. Ma ho sempre scritto per me su una quantità di quaderni che, se messi in pila, forse si vedrebbero dalla Luna. Da qualche tempo scrivo qualcosina per la rete. E adesso vorrei provare questo.
Certo, mi sento come se avessi appena messo insieme una zattera di fortuna e con questa fossi in procinto di affrontare l’Oceano. Un Oceano pieno di squali, per di più.
Sarò pronta ad accettare tutte le porte sbattute in faccia che mi aspettano?
Credo sia giunto il momento di mettermi un poco alla prova ed uscire dal guscio. Iniziare a dare una forma di concretezza a quello che fino a ieri era solo un sogno.
Mia nonna diceva che se non si compra il biglietto non si può vincere alla lotteria. Ebbene, io il biglietto ce l’ho in tasca. La zattera è costruita: per il momento ha bisogno di un’aggiustatina (credo che lascerò la storia “decantare” per un paio di giorni e poi mi metterò a fare le correzioni: il finale temo sia venuto un po’ tirato via rispetto al resto – oVVoVe, oVVoVe, oVVoVE!), poi sarà pronta a veleggiare verso qualche Porto.
Se vi è venuta curiosità di sapere di che cosa parla il romanzo…tranquilli, penso che ne parlerò ancora. Per adesso quello che mi premeva scrivere – nero su bianco, così non posso rimangiarmi la parola – è che ho intenzione di spedirlo a delle vere Case Editrici.

E detto ciò il vostro Elfo svenne, per la portata della decisione

marzo 18, 2010

Sethi.

Filed under: On writing — Ale @ 11:14 pm
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Domenica si conclude il gioco dell’Oca. L’ultima carta è stata scoperta e la storia di Sethi è finita. Vi dirò, magari non è venuto un capolavoro ma sono abbastanza contenta di lui, sia perchè è arrivato in fondo, sia perchè ci è arrivato con onore.
Un briciolo di polemica ci vuole: ho letto qualcuna delle storie nelle prime posizioni e devo dire che per alcune, secondo me, un posto in classifica così alto è frutto dello scambio di voti. Ma questo discorso si esaurisce qui. Ora che il gioco è finito non vorrei che Sethi scivolasse via come una lacrima nella pioggia, così vi propongo la short story qui di seguito, tutta intera. ^_^

Continuavo a chiedermi come fosse accaduto. Non avevo mai incontrato un’ Anima così forte, qualcuno che potesse competere con me. La curiosità di guardarlo in faccia cresceva di secondo in secondo. Dentro, sentivo un agitarsi di nubi. Per la prima volta conoscevo un’esitazione legata al dubbio. Scesi insieme al temporale e trovai la città insonne. Dovevo scoprire come era riuscito a fuggire.
Diecimila Anime per comprare la mia libertà. Non potevo permettermi di perderne nemmeno una, non c’era un piano di riserva. Maledissi il Patto. Mi protessi gli occhi perché non ero abituato alle luci della Città: contrariamente a quanto gli uomini dicono per farsi coraggio, il Cielo è buio.
L’unico modo per cominciare a cercare era mescolarmi a loro. Non era difficile, lo facevo spesso anche quando li cacciavo.
Vagai fino a sentirmi spossato: l’iperconcentrazione era difficile da sostenere a lungo. La interruppi ed un’ondata di suoni, luci e odori mi aggredì. Dovevo ripararmi. Scelsi una cappella incastrata tra due palazzi, un insulto al sacro in cui l’unica fonte luminosa era un grappolo di ceri votivi. La donna velata in piedi accanto al confessionale non sembrò sorpresa di vedermi, ma tremò quando mi avvicinai. Sorrisi. “Perché hai paura? Non sono qui per te.”
Mi guardò ed impallidì. “Sono stata mandata per guidarti. Il Divoratore ti è amico, non vuole il tuo fallimento.”
Ignorai la dolcezza nella sua voce. “Non è mio amico. Gli servo e questo è tutto.”
Fu abbastanza intelligente da non mentire ancora.
“Mi ha mandata.” ripeté con maggiore fermezza. “Seguimi e troverai il fuggiasco.” Il suo cuore era un martello nelle mie tempie.
“Perché dovrei fidarmi di te?”
“Perché sono io che rischio l’anima standoti vicina, no?”
“Non prendo mai donne e bambini.”
“E perché no?”
“Ai miei tempi era indegno.”
Lo spavento nel suo sguardo lasciò il posto a stupore e, forse, ad un pizzico di divertimento.
“Non ci posso credere.” sussurrò infatti. I suoi passi presero sicurezza.
“Il tuo nome?”
“Lilith”
Aspettava che le dicessi il mio.
“Sethi”
“Seguimi, Sethi.”

Non ero mai stato così imprudente. Seguirla significava fare i conti con uno degli esseri per i quali ero nemico naturale. La trappola del Divoratore doveva ancora scattare e non riuscivo ad intuirla, ma la posta in gioco era perdere il fuggitivo. Avevo poco tempo per valutare.
“Sai dove si trova l’Anima che ho perduto?”
“Conosco chi te l’ha rubata.”
” Rubata?”
“Credi di essere il solo ad aver stipulato il patto?”
Non seppi replicare. La seguii con un senso di crescente attesa. Ero certo che non mi stesse ingannando e che, se anche in qualche modo stava facendo il gioco del Divoratore, non ne sarei rimasto vittima. La città mi apparve sotto una luce meno cupa, con lei a fianco. Una parte di me avrebbe voluto discostarsi, ma mi ripetevo che non ero mai fuggito di fronte a niente e non avrei iniziato proprio adesso.

Proseguimmo. Vicoli identici. Frastuono. Luci feroci. Asfalto umido. I passi di Lilith sempre più rapidi. Si fermò davanti ad un grande ospedale ed indicò una finestra uguale a tutte le altre, all’ultimo piano.
“Nel dolore diventiamo più forti.” disse. Il trionfo mi invase. L’Anima Perduta era vicina, per una volta non ero stato tradito.
La donna mi donò un sorriso abbagliante. Mi fece tremare di un sentimento dimenticato. Per questo ero distratto quando udii l’esplosione. In alto, centinaia di scintille di vetro. Poi un’ombra in quella cornice frastagliata, un cenno a raggiungerlo.
Ignorai l’urlo di Lilith. In un lampo fummo faccia a faccia.
Il mio volto, il suo volto.
Identici.
In bocca, il sapore dell’odio e del rimpianto.
“Di nuovo tu.”
Lui mi guardò col sorriso che era anche il mio: “Credevi davvero che te l’avrei permesso?”
Guardai il corpo immobile sul lettino, ebbi un lampo di compassione che mi lasciò un graffio interiore. Nostro padre. Dovevo immaginarlo.
Poi il pianto di Lilith : “Non capite che è tutto un inganno? Vi annienterete l’un l’altro…per cosa?”
La guardai chiedendomi come aveva fatto a raggiungerci. Solo allora mi resi conto di quanto era bella. Mi sembrava di averla già incontrata, ma non sapevo né dove né quando.
Anche lei era in pericolo. Se volevo che uscisse illesa, sarei dovuto entrare nella trappola.
Mio fratello attendeva . “Così” dissi “Nostro padre ti ha mandato per fermarmi. Ed ha usato questo poveraccio per attirarmi qui.” indicai l’uomo disteso. Respirava appena. Ero deluso: nessun vero rivale umano, solo un gioco vecchio di secoli. Dimath atteggiò il viso identico al mio in un sorriso: “No. Abbiamo usato lei.”
Mi odiai: in qualche modo erano riusciti a lacerarmi. Non guardai Lilith, pensavo fosse inutile. Fu un errore. La sentii ridere forte.Il volto di Dimath sbiancò per la sorpresa. Il corpo sul letto evaporò. Le pareti attorno a noi iniziarono a vibrare, era come se ribollissero.
Non mi accorsi di essermi avvicinato a mio fratello.
“Sciocchi.” sghignazzò lei. “Non vi siete mai chiesti che aspetto abbia il Divoratore?”
La domanda galleggiò tra i nostri sguardi affilati, diventando presto certezza.
“Il piano di vostro padre era astuto, almeno in partenza. Ma non ha previsto le mie mosse.” Lilith non subì alcuna trasformazione; si raddrizzò e fece svanire ogni traccia di timore dai suoi gesti.
Davanti a noi, il Divoratore con il viso di una madonnina.
“Mio padre ci ha sempre ostacolati.” le ricordai mettendomi tra lei e Dimath.
“Questo non ha più importanza.” ribatté.
“Si che ce l’ha!” le andai incontro senza mostrare paura. “Solo tremila anime per ogni generazione hanno il potere di reincarnarsi . Il Patto prevedeva la salvezza per me e la mia famiglia e la libertà dopo averne catturate per te diecimila. Ti servo da oltre trecento anni, nonostante i miei stiano cercando da sempre di salvarmi. Io ho fatto una scelta. Non la renderai vana!”
Il Divoratore rise di me. Un suono ruvido, odioso. Lampi del passato squarciarono il buio: i volti di coloro che avevo trascinato a lei, le paure, i peccati. La mia dannazione. Il tentativo dei miei di tirarmi fuori dal vortice.
Dimath mi sfiorò un braccio. “Torna da noi.” diceva quel tocco.
Avevo solo un modo per infrangere il Patto.
“Dì a nostro padre che suo figlio è perduto, ma voi siete liberi.”
Dimath sussultò, invano tentò di trattenermi. Lilith scoprì i denti perfetti: “Vuoi essere distrutto, Sethi?”
Camminai verso di lei. Mi fermai a pochi passi. “So bene che non tornerò e tu sì. Però mi basterà trattenerti con me per tutto il tempo possibile.”
Mi lanciò uno sguardo come una pugnalata. Non capiva.
“Stai lontano.” sibilò.
Conosceva e temeva il mio potere.
Aprii le braccia. “Non ce la farai!”
Vidi il fuoco verde dei miei occhi riflesso nelle sue pupille che si dilatavano. Il suo corpo si mosse come privo di volontà per venire ad imprigionarsi nel mio abbraccio. Le fiamme divamparono. Lei gridò di furore. Mio fratello urlò il suo dolore. Io sorrisi: portavo via con me il Demonio, per un po’. Ora toccava a loro riportare l’equilibrio.
Il mio ultimo pensiero accarezzò Dimath: “Ho fiducia in voi.”
Poi nel mio cuore fu pace e silenzio.

Spero di non avervi annoiato. ^_^

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