An elven tale

ottobre 7, 2010

Ok, il Fiiiquo ce l’ho. E ora dove lo metto? (Ovvero: L’Ambientazione.)

Filed under: On writing — Ale @ 12:38 pm
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Torno oggi su un argomento che, per chi conosce la mia “carriera di scribacchina” almeno un po’, è sempre stato spinoso. Credo di aver litigato più e più volte su questo tema.
Cos’è che fa perdere la pazienza all’Elfo? – vi domanderete a questo punto, spaventati.
(Ehm, beh…facciamo curiosi).
E’ presto detto: tante volte ascoltando una serie di “consigli editoriali” da parte di persone più esperte di me mi è stato detto che l’ambientazione deve essere per forza un luogo che l’autore conosce benissimo. I giri e i rigiri di parole sono stati tanti che mi è stato fatto capire che se io ambiento il mio romanzo nell’inventata cittadina di Little Rock un editore medio me lo boccia alla prima pagina.
Grrr.
Sì, questa cosa mi irrita. Tanto per cominciare, mi sembra un’avversione rivolta solo ed esclusivamente all’anglofonia, ovvero: Castle Rock non va bene, Helsinki sì. Questo perché ti dicono che hai voluto ambientare la storia in America perché fa più fiiiiiquo.
Effettivamente, sì: William a New York mi suona meglio di Guglielmo a Busto Arsizio. E c’è un motivo semplice: siamo imbevuti di cultura anglofona. Ora, il fulcro della questione sta nel voler demonizzare questa cosa o no. Io sto per il no.
Prima di tutto stiamo parlando di romanzo fantastico e laddove i protagonisti quando va bene si combattono a colpi di Fulmini di Pegasus non trovo niente di avvilente se i nomi delle vie non sono esatti. Secondariamente, niente di mi impedisce di fare ricerca e tentare di dare verosimiglianza alla mia cittadina. Terzo: ma perché Little Rock deve essere cestinato e Lakshtrak nel continente di Oasia no? L’ambiente di fantasia resta di fantasia, mi pare.
Volete opporvi dicendo che non è originale? D’accordo, avete ragione. Ma d’altronde sono o non sono i grandi editori che ci propinano storie mediocri ambientate in cittadine in cui “è sempre nuvoloso” così, tanto per? (Sì, il riferimento astioso a TUAILAIT è voluto. Ora la smetto, giuro.)

Un’altra obiezione che mi è stata opposta è: l’editore pensa che tu abbia ambientato il tuo romanzo a Little Rock solo per pigrizia.

Mi viene da piangere: perché gli editori pensano così male di noi? Per la mia debole esperienza, calare i propri personaggi in un luogo conosciuto è abbastanza semplice; metterli in un posto totalmente da inventare è più dura, soprattutto perché devi lavorare sul contesto in maniera molto più profonda e differente. Se il tuo eroe è Jack e non Giacomo devi fare in modo che sia Jack in tutto e per tutto e cioè che a pranzo non mangi le lasagne…
Se questa per voi è pigrizia. Io, al massimo, la chiamo poca cautela. Non dubito che alla maggior parte di noi escano delle emerite scemenze, ma diamine, vogliamo continuare a fare di tutta l’erba un fascio?
Se, inoltre, tutti dovessimo seguire la regola dello “scrivi ciò che hai visto”, onestamente, non so che fine farebbe il fantastico o il genere d’avventura.
Poi c’è quello bravo, che riesce a conferire un’aura mitica anche a Busto Arsizio.

Mi inchino e mi tolgo il cappello, sperando di arrivarci, un giorno.
Mentre sgranocchio una barretta ai cereali di una nota marca di dolciumi dal nome tedesco, ci penso.

PS: sto leggendo il primo libro di una serie appena pubblicata da Rizzoli che ha al centro una Confraternita di Vampiri Fiiiqui. Ne parlerò più diffusamente. Non so ancora se è un libro aerodinamico. Di sicuro, l’ormone della scrittrice, J.R.Ward, deve essere alto tre metri e avere il dolce nome di Krull.

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13 commenti »

  1. Ambientazione, questione spinosa. Dipende dai generi e pure io ne ho sentite di cotte e di crude a riguardo ( e sono stata anche bacchettata sul mio thriller). Alla fine, se la storia regge, che sia ambientata a Pincopallino o a Timbuctù va bene lo stesso. Trattandosi di urban fantasy ben venga la fantasia, che cavoli! Un vampiro a Castle Rock m’ispira di più del famoso vampiro di Noventa Padovana, sinceramente. Dipende dai generi( io amo i thriller nostrani ad esempio), ma su un urban fantasy preferisco anche una destinazione ignota, immaginaria, fantastica e chi più ne ha più ne metta, e scoprirla man mano che la storia si dipana. Non sono d’accordo sul fatto di conoscere benissimo la località di cui si scrive, ma a che cavolo ci sta la fantasia? E Salgari, allora? Alla fine se si vuol ambientare un romanzo in una zona ben definita del pianeta, c’è anche gooogle map! 😉 Quindi, cara Ale, continua a scrivere 😉
    PS: la Ward, l’ho iniziato e dopo qualche pagina l’ho chiuso e messo da parte… continua la mia allergia verso gli urban fantasy, però oggi ero tentata di comprare ‘Mr Darcy Vampire’, fortemente tentata 🙂 Che ne pensi?

    Commento di Emanuela — ottobre 7, 2010 @ 2:38 pm | Rispondi

  2. A me un “Mr. Darcy vampire” fa venire i brividi. Di raccapriccio. Amo troppo Jane Austen per snaturare così il suo capolavoro. Se vale la pena cambiare idea fammelo sapere, ma a questo punto preferisco la Confraternita dei vampiri Fiiiqui, perchè almeno SO che cosa sto leggendo. E ci sono scene prurignose di sesso sfrenato, quindi deduco che questi libri avranno immane successo. 😀

    Commento di Elfo — ottobre 7, 2010 @ 9:50 pm | Rispondi

  3. A me questa storia dell’ambientazione fa venire il panico.
    Sto scrivendo (finito di scrivere, fare seconda stesura, e ora sto revisionando su carta) un racconto (lo chiamerei primo romanzo, ma poi mi vengono gli occhi cisposi da cartone animato). L’ambientazione è stata una traGGGedia, anche perchè all’inizio l’ambnientazione non c’era. Poi nella seconda stesura ho capito che DOVEVA esserci e, dopo aver vagliato varie possibilità, ho scelto la Scozia, per la precisione le Highlands, una città fittizia ad alcuni chilometri da Inverness. Motivo? Quella è una zona dove è molto forte la cultura popolare sulla magia e sui mostri (hanno Nessie lì, cavolo! XD) quindi si sposava bene con la storia. E poi aveva la giusta “carica cupa” senza bisogno di aggiungerci assurdità tipo “piove ed è nuvoloso quasi tutto l’anno” (ehm…). Precisare l’ambientazione ha implicato:
    a) dover cambiare alcuni riferimenti “meterologici” (la storia è ambientata a inizio marzo e l’inizio marzo lì è più o meno come il nostro metà gennaio).
    b) dover cambiare alcuni nomi e cognomi (non so se vi è mai successo, ma è dolorosissimo!).
    c) dover cambiare tuuutta una serie di particolari dal cibo, alla descrizione di alcuni elementi architettonici della città e così via.
    Il tutto deciso dopo riflessioni ponderate (almeno si spera) e previa lettura di tre libri sulla Scozia e giornate di ricerche in internet.
    Appunto, se questa è pigrizia…

    La nota da “autobiografia, dolori e dissapori della scrittrice nell’erba” è per dire che c’è molto più lavoro dietro un’ambientazione realistica che lo scrittore non conosce che non nell’inventarsi la terra XY dell’immaginario regno ZW che, una volta che lo scrittore l’ha inventata può farla essere come gli pare e descriverla in funzione della propria storia.
    E poi, voglio dire, “scrivi solo di ciò che vedi”. Ok, ma se io volessi scrivere una storia ambientata nel secolo scorso? Che faccio? Prendo la macchina del tempo? No! Mi documento. Come ci si documenta sulle epoche che non si è vissute ci si documenta anche sui luoghi che non si sono visti.

    Commento di Luciana — ottobre 8, 2010 @ 8:10 am | Rispondi

  4. E’ esattamente quanto cercavo di dire, Luciana. So che può sembrare uno sfogo dell’ormai celebre “Capitan Ovvio”, eppure ti assicuro che non è così. In alcuni casi ho rinunciato a discutere.
    Poi, sono certa che ci sono editori ed editori, così come diverse sono le linee editoriali. Ognuno attua le proprie scelte, ma sono tanti coloro che se vedono un’ambientazione “estera”, a prima vista, storcono il naso. Poi, magari, ti pubblicano lo stesso. Ma all’inizio c’è un certo rifiuto e vorrei capire il perchè. Se la storia funziona, naturalmente.

    Commento di Elfo — ottobre 8, 2010 @ 9:46 am | Rispondi

  5. No, non era uno sfogo su cose palesi. Scusa se ho ribadito concetti che avevi già espresso, ma evidentemente perdiamo la pezienza per le stesse cose. 😉
    Tra l’altro lo snobbismo per i “luoghi fittizzi” ma collocati in posti reali o comunque per le città straniere in cui si sceglie di ambientare un romanzo mi pare sia una tendenza tutta italiana. Penso alla Forks di Twilight, penso alla Bontemps dei romanzi della Harris (tanto per rimanere in ambito vampirico)… e via, fino ad arrivare alla Derry di King.
    Secondo me il perchè dello scetticismo di certi editori non è tanto rivolto all’ambientazione, quanto al genere letterario in sè per sè… voglio dire, tutti i fac-simili di Twilight che ci stanno propinando guarda caso non sono di produzione nostrana. Io ho la frustrante sensazione che si pensa che certe cose vanno bene all’editore solo se le fanno gli autori stranieri. Gli scrittori italiani devono essere tutti dei Verga altrimenti niente… -.-”

    Commento di Luciana — ottobre 8, 2010 @ 10:46 am | Rispondi

  6. Effettivamente la sensazione è forte.
    Anche se probabilmente stiamo generalizzando anche noi. Ho iniziato da poco a leggere Wunderkind 2 di GL D’Andrea, che è pubblicato da Mondadori ed ambientato in una Parigi che non è Parigi. E non mi sembra che qualcuno abbia nulla da ridire.
    Ma, come dicevo, mi pare che questa avversione sia contro tutto ciò che suona inglese/americano.
    Ma quel che mi irrita è: a noi italiani dite che una eventuale Forks è da buttare via alla prima pagina, poi però ci riempite gli scaffali di Meyer, Harris, Ward etc etc.
    E le loro ambientazioni non mi sembrano – sinceramente – più precise di quanto possano essere le nostre.
    Inoltre c’è da sottolineare un particolare: la nostra cultura è invasa da riferimenti di tipo americano. Non si scappa. Perchè negarlo? Perchè voler a tutti i costi farlo sembrare un abominio, una sciocchezza, una moda o – comunque – un abbassamento per quanto riguarda i connotati della vicenda?
    Penso che se una storia appassiona, che sia ambientata a Roma o a Timbuctù non faccia una differenza enorme ma allora perchè penalizzare il poveraccio che ha preferito Timbuctù? Bisogna sentirsi martiri se – vuoi per sfizio, vuoi perchè li sento suonare più fiiiiqui, vuoi perchè proprio mi piacciono di più – preferisco chiamare i miei protagonisti Jack e Annie anzichè Giacomo e Anna?
    Dov’è il Male Assoluto? 😀

    Commento di Elfo — ottobre 8, 2010 @ 11:10 am | Rispondi

  7. fammi un fischio appena finisci il libro, che dopo aver letto i tuoi post mi sono resa conto di una cosa: LO COMPRO.

    e cmq, a quanto pare da una rapida occhiata all’editoria italiana, c’è una sola verità: se tra i tuoi parenti di primo grado e/o compagni di banco ci sono Moccia, Baricco, e/o Giordano, puoi anche scrivere la storia di Skifatterkin nel regno dei puffi, e te la pubblicano sicuro.

    Commento di krySal — ottobre 8, 2010 @ 11:17 am | Rispondi

  8. Ah, ah, grazie KrySal (*annota: possibili acquirenti n. 2: Krysal e mia mamma*) !

    La faccenda delle raccomandazioni temo sia simile un po’ in tutti i campi, non solo quello dell’editoria. Quello che continuo a sperare è che – sì, senza dubbio, se sei cugino del fratello del cognato del salumiere di qualche personaggio di spicco, magari pubblichi anche una ciofeca – anche se non hai agganci, ma scrivi bene e soprattutto la tua storia ha un perchè prima o poi qualcuno se ne accorga.
    E’ solo una speranza, ma mi basta. 🙂
    Al limite, alla fine, c’è sempre internet.

    Commento di Ale — ottobre 8, 2010 @ 11:46 am | Rispondi

  9. Annota anche me tra gli acquirenti, eh? 😉 Il fattore C in questo mondo di squali ci vuole, ma sinceramente se uno è bravo e talentuoso e si trova al posto giusto nel momento giusto, a mio parere ce la può fare, e senza raccomandazioni! Per l’ambientazione, ti quoto, il male assoluto sta solo nel pubblicare una ciofeca e sembra che ultimamente le CE lo facciano troppo spesso ;-)!

    Commento di Emanuela — ottobre 8, 2010 @ 5:26 pm | Rispondi

  10. Il fattore C credo sia necessario davvero ovunque, così come è necessario – spesso – anche conoscere le persone giuste. Tuttavia trovo ci sia differenza tra chi pubblica una boiata solo perchè conosce le giuste chiavi e che pubblica un buon libro E conosce le giuste chiavi. Poi, ripeto, c’è sempre internet per diffondere una propria storia. Il sogno è quello di arrivare a dire “guadagno con ciò che scrivo, perciò posso fare solo quello”. O quasi. So che non si diventa ricchi, eh, ma il fatto di avere la possibilità di pagarci una bolletta non mi farebbe schifo!!!:D

    Commento di Elfo — ottobre 12, 2010 @ 8:46 am | Rispondi

  11. Allora, che altro poter aggiungere a questa interessante disquisitio?

    Beh, premetto che, in materia di fantasy, tengo mooooltissimo all’ambientazione, con tutta la dovuta dovizia di particolari e leggi cosmiche, e sostanzialmente per tre ragioni:

    1) Il mio punto fermo è il lavoro di Tolkien: un’intera vita dedicata al suo mondo, al linguaggio e alle tradizioni di ogni singolo popolo. La Terra di Mezzo la puoi toccare, solcare, navigare: quando leggi sei lì, non altrove. L’ambientazione è “viva”
    2) Il terribile, imprescindibile e maledettamente divertente passato nei giochi di ruolo, dove, per un narratore, la sfida a cercare ogni giorno il luogo più bello e nuovo da “offrire” ai suoi giocatori è la sfida che premia di più, come le trame delle avventure.
    3) Fuga. Fuga dalla realtà, da un mondo che mi ha deluso, quasi sempre, forse un po’ meno adesso che son grandicello, che inizio a scrivere e farmi conoscere. Ma questo è solo il punto più personale sull’argomento, non fa testo (;P)

    Detto questo, sono il primo ad ammettere che una descrizione ridondante, o per meglio dire una farcitura infinita di particolari, dai colori degli stemmi, alla forma delle posate, è a dir poco controproducente, per il buon vecchio principio del: “lascia immaginare”. Ancora adesso faccio fatica ad attenermici, ma è importante.

    In ogni caso non posso sopportare il contrario, in qualsivoglia saga fantastica (stile Troisi per intenderci), piena magari di contraddizioni o nonsense costanti, irritanti e puerili, lasciando tutta la “fantasia” di un mondo a quattro battaglie e un sacco di dialoghi, come fosse un telefilm.

    Nel caso dei racconti di vampiri, per concludere senza annoiare oltre (XD), la questione cambia parecchio. Per come conosco il successo del fenomeno, ci si divide spesso in due rami: quelli che colgono a piene mani dal background antropologico e folklorico della prima letteratura vampirica (elementi slavo-orientali), e quelli che sono ripartiti da Ann Rice e hanno “colonizzato” sostanzialmente gli States con nuovo sangue, nuove generazioni (debolucce per altro) di “vampirelli” e soprattutto nuovi problemi esistenziali, soprattutto affettivi, in cui chiaramente è molto più facile riconoscersi per i ragazzi di oggi (il maggior pubblico di questo genere).
    Questa scelta, secondo me imprescindibile, che si parli di Central Park o del Parco al Lambro, determina tutta una serie di conseguenze sul “genere” stesso. Nel primo caso lo scrittore/sceneggiatore avrà sempre un debito verso Varney, Dracula, Carmilla e i Vurdalak, ma con la possibilità di sfruttare come spesso accade tutto lo “charme” della storia oscura dei classici per infondere quel sempiterno tepore di malinconica e romantica ispirazione. Nel secondo caso, viceversa, possiamo dar vita a legioni di Edward e, a vedere le vendite, ancor più di fans, soprattutto adolescenti invertebrati e confusi, senza valori salvo quello che han deciso loro fungere da cardine delle proprie vite, solitamente innamorarsi e ascoltare musica. Per amor degli dei, io senza musica ci morirei, ma non chiedetemi cosa penso dell’eterno “Tramonto” del vampirismo 😉

    Commento di Alessandro Fusco — ottobre 15, 2010 @ 7:24 pm | Rispondi

  12. Tolkien è Tolkien. Ne è nato uno e una comune scribacchina tipo me credo non possa pensare nemmeno di avvicinarsi alla sua cura nelle ambientazioni. Anche perchè, secondo me, se non stai creando un nuovo continente ma una semplice città, il lettore ha già i suoi parametri e non è necessario appesantire il testo con il colore dei cartelli stradali.
    Quanto ai “vampirelli al tramonto” e al loro seguito…frenerei con le generalizzazioni del tipo “Ah…sti giovani d’oggi.” Primo perchè così mi fai sentire decrepita 😀 e poi perché dall’apprezzare Twilight ad essere per forza di cose un “invertebrato” ce ne passa. Io non capisco il fandom di Twilight, ma sono interessata ai motivi di un simile successo. Non so proprio cosa ci trovino. E non sono sicura che il mio racconto sia meglio, tutt’altro. E’ che ciò che ho scritto io ha un motivo che posso spiegare. Il protagonista è un figonzo PERCHE’. C’è una storia d’amore? Sì, MA.
    E soprattutto: il tuo vampiro è morto? Decisamente sì. Ora, sto andando fuori tema con l’ambientazione,perciò mi fermo. tanto ne parlerò ancora, finchè ci lavoro. 😀

    Commento di Ale — ottobre 15, 2010 @ 7:57 pm | Rispondi

  13. commento dopo tanto tempo perché l’argomento è interessante.
    Penso che il discorso di ambientazione sia molto semplice (in teoria): deve essere coerente e verosimile. Tutto il resto è un ragionamento accessorio, della serie: qual è il modo migliore per scrivere una cosa coerente e verosimile? scrivere una cosa che si conosce bene, risposta. Ma non è l’unico modo, caspita.
    Le varie possibilità:
    1. Ambiento la mia storia a Roma. Ci sono nato e vissuto, la conosco bene, so anche i percorsi degli autobus, non posso scrivere cappellate. (A meno che non mi impegni :)).
    2. Ambiento la mia storia a New York. Ci sono stato una volta, mi ha colpito, ma non posso dire di conoscerla: che faccio? mi documento. Tac, Google Earth e tanti saluti. Street view. Praticamente sono lì. Seguo i miei personaggi visivamente. Leggo qualche guida online della città per trovare particolari che rendano la mia ambientazione più vera. Oggi è talmente facile… (Nulla mi impedisce di inventarmi dei pezzi, se mi servono, perché no? ma devono essere pezzi coerenti, tutto lì).
    3. Ambiento la mia storia a Pinco, nel continente Palla. Sembra la soluzione più semplice. Invece insomma, perché se non ho un modello preciso in mente devo essere bravo a tenere tutti i dettagli sotto controllo, ed è facile che me ne sfugga uno che rende inverosimile tutto il castello.

    Nel momento in cui vai a rendere appetibile il tuo prodotto a un editore, e qui non ho esperienza, presumo che laddove non trovi qualcuno coscienzioso che valuti la storia per intero e non dalla sinossi, l’ambientazione a Little Rock “puzza” di bruciato più di altre. E magari ti scartano prima di capire che tu, Little Rock, la conosci benissimo. O perlomeno la tua idea di Little Rock è perfettamente verosimile.

    Sempre in bocca al lupo…

    Commento di Ema — gennaio 12, 2011 @ 4:28 pm | Rispondi


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