An elven tale

maggio 14, 2010

Un buon libro, secondo me

Filed under: Libri e scrittori — Ale @ 12:03 pm
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Siccome non ho intenzione di lasciar perdere la serie “libri aerodinamici” (purtroppo so che ne incontrerò altri), immagino che le polemiche tipo quella appena superata saranno inevitabili; ne prendo atto. Tuttavia vorrei provare a chiarire il mio punto di vista su un buon libro, tanto per assicurare che non sono lì con la falce, pronta a tagliar teste, e allo stesso tempo vorrei prendere quello che di buono è saltato fuori dalla discussione e provare a riflettere ancora un po’.
Quello che sto per dire sembrerà ad alcuni la “Sagra dell’Ovvio”, ma a giudicare dalle reazioni di certe persone forse non si tratterà di banalità per tutti.
Cos’è che fa di un testo un “buon libro”? Molti, di getto, risponderebbero “la storia”. E penso che questa possa essere una buona base, ma non significa tutto. Certo, la storia deve reggere fino alla fine ed è chiaro che più vi compaiono sprazzi di originalità e meglio è. Non si può sempre pretendere, però, una storia che sia del tutto nuova, anche perché – come recita il vecchio adagio – non c’è mai niente di veramente nuovo sotto il sole. Se ci pensiamo, tutto si può far risalire ad archetipi primordiali che sono alla base delle nostre esperienze. Quindi gran parte del lavoro sta nel trattare un’idea vecchia in modo inconsueto. Il “COME?” è una domanda su cui gli esperti ancora si interrogano e che traccia il solco tra lo scribacchino e lo scrittore.
Ed il solco non è uno solo.
Mi è capitato, infatti, di leggere libri che parlavano di “niente” ma salvati da un’incredibile consapevolezza stilistica. Un esempio per tutti: “La bambina che amava Tom Gordon”, di Stephen King. La storia vede una bimba di otto anni che si perde nel bosco e ci rimane un’intera nottata. Tutto qui. Non succede nient’altro. Eppure King, con un po’ di mestiere, riesce ad ottenere un’avventura capace di trascinare il lettore fino all’ultima pagina.
King è King, direte. Ok.
Ma non serve essere “il re” per creare qualcosa di interessante. Secondo me l’errore di tanti è “strafare”. Da un lato si ha l’impressione che si voglia dar sfoggio di cultura (per amor di dio, la cultura è sempre un bene), dall’altro però occorre fidarsi del lettore e non appesantire troppo le descrizioni. Leggere è anche sforzo di immaginazione, perciò – a meno che non sia funzionale alla storia – non mi importa di sapere se una determinata battuta viene detta mentre il personaggio parlante si gratta la testa, conta le macchie di umidità sul muro o compie qualsiasi azione inutile venga in mente all’autore. Anche la scelta del lessico deve essere adeguata: un registro elevato è quasi sempre sconsigliabile, a meno che non si stia cercando di rinverdire i fasti di Omero e Virgilio. E anche nel caso del “poema epico” penso che sarebbe meglio evitare uno stile ridondante: questo perché credo che un registro alto sia molto difficile da mantenere senza cadere nel ridicolo.
Infine: ci sono libri venuti fuori da scintille di genio, oppure libri con personaggi affascinanti, libri che si ammirano per l’eccellenza dello stile. Per quanto mi riguarda riesco ad apprezzare anche libri che tra me e me chiamo “onesti”, cioè quelli che non si possono definire “capolavori” ma che magari hanno qualche particolare accattivante (personaggi, ambientazione, dialoghi). Se supportati da uno stile almeno scorrevole meritano un posto nella mia libreria.
Ed ora rilancio. Secondo voi cosa deve avere un libro per definirsi una “piacevole lettura”?

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5 commenti »

  1. Deve riuscire a colmare il bisogno che ho nel momento stesso in cui lo leggo, intanto. Non ho un genere preferito. Ho amato Anna Karenina, e pure I love shopping che mi ha fatto schiattare il fegato dalle risate, per dire. E’ che quando ho letto Anna Karenina avevo bisogno proprio di lasciarmi avvinghiare da un personaggio così e quando ho letto I love shopping “idem con patate”, si dice a L’Aquila e non solo. E’ chiaro che Anna Karenina ti prende sempre, I love shopping magari non tutti, perché Anna Karenina sta nello Spazio e I love shopping un bel po’ su tre metri sopra il cielo (BURP – conato) ma non così su, ecco.
    Per quanto riguarda il registro linguistico elevato c’è chi come la Santacroce ha tirato fuori robine tipo VM18 che seppur scritte così mi prendono e mi portano via (bello il romanzo di Ammaniti, lo consiglio a tuttissimi) e altri tipo Piperno che ha scritto Con le peggiori intenzioni che son quelle che ha il lettore già a metà. E io se lo ritrovo lo butto quel libro.

    Commento di matteo — maggio 19, 2010 @ 9:26 pm | Rispondi

  2. Beh la questione di “appagare il bisogno” mi pare un’ottima risposta. Universale. 🙂

    Commento di Ale — maggio 19, 2010 @ 9:49 pm | Rispondi

  3. Eh, sono andato sul sicuro. 😀

    Commento di matteo — maggio 19, 2010 @ 10:07 pm | Rispondi

  4. Sì, però c’è da aggiungere che un libro per “colmare il bisogno” deve avere comunque un minimo sindacale. Non devono esserci errori macroscopici o di grammatica (brrr, per esempio. Un libro come “I love shopping” non sarà il capolavoro della letteratura universale, ma è godibile. Il tema è leggero, la scrittura è quanto meno adeguata (per lo meno in traduzione!), quindi – poverino – paragonarlo ad Anna Karenina è crudele! 😛 Però…pensampò, io con gli autori russi mi annoio. Lo so, è terribile, ma mi incaglio su tutto quanto finisca in -evskij,-stoj. Probabilmente perchè ho dovuto leggerli costretta dagli esami universitari. Sì, sì, vado a nascondermi. 😛

    Commento di Ale — maggio 20, 2010 @ 9:37 am | Rispondi

  5. E’ più che crudele e per me regge il confronto qualità. Quindi era un complimento il mio. Evviva Rebecca Bloomwood! 😀 Gli erroroni fanno rabbrividire pure me. Quando si parla di grandi editor di cui possono disporre solo Mondadori, Einaudi e pochi big dell’editoria, sorrido. Sì, mi fa ridere che si debba ricorrere a queste personalità illuminate quando certe robe le vedrebbe pure un bambino che esce dagli esami di quinta elementare con buono.

    Commento di matteo — maggio 20, 2010 @ 9:46 am | Rispondi


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