Amo tutto del processo di scrittura.
Cercare le parole adatte, faticare nel non trovarle, guardare il soffitto immaginando e poi, grazie all’ispirazione del momento, riuscire a comporre nella propria testa la frase “giusta” e poterla mettere nero su bianco.
Un’altra cosa stupenda, secondo me, è quando nasce un’idea.
Mi sono sempre chiesta cos’è (o chi è) che suggerisce alla nostra mente un’idea di tale forza da poter essere messa su carta.
Come nascono le storie? Forse sono già lì in attesa che qualcuno sollevi il velo che le ricopre, oppure sorgono spontanee come una risata? La stessa storia può essere raccontata in milioni di modi, la forza dell’idea rimane anche oltre una scrittura non proprio eccellente. Però, secondo me, il compito dello scrittore è fare del proprio meglio per dare dignità e risalto all’idea che gli si è presentata cercando il modo più indicato per esporla.
Costa fatica e, soprattutto, ci vuole un grande sforzo di modestia (merce rara, al giorno d’oggi!) rendersi conto che la maggior parte delle volte ciò che si scrive di getto non va bene.
E spessissimo non va bene nemmeno il modo in cui si corregge!
Immagino che col passare del tempo, come sempre avviene, si acquisti un certo “mestiere”. Uno Stephen King – genialità a parte – impiegherà un millisecondo a descrivere una scena in modo avvincente e spettacolare, mentre una come me – scarso ingegno a parte – ci metterà mezza giornata (e non sarà granchè!!!). Tuttavia, se ci si abbatte per cose come queste, forse si dovrebbe scegliere un’altra strada.
Come dice Carlos Ruiz Zafòn nel suo bel libro “Il gioco dell’angelo”: “Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più di lui. Uno scrittore è condannato a ricordare quell’istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha ormai un prezzo.”